Ospiti e contributi

Da Donna a Donna

Monica non ha una storia di violenza da raccontare, però ha un animo gentile, di chi si preoccupa per gli altri, ma direi più per le altre. Vuole fare qualcosa, vorrebbe dare una mano, ed è così che le ho chiesto di leggere per noi il testo “Il giusto nome”. Mi piace molto una frase che ha nel suo profilo e che credo la rappresenti a pieno:”Cosa mi rende felice??? I grandi cuori senza rete!!!”. Grazie Monica per il tuo contributo.

Violenza sessuale, pedofilia, abuso su minore, non sono parole scritte su una pagina di giornale, sono la cornice entro cui ingabbiare il mostro, pronunciando queste parole ci tatuiamo sul corpo e nella mente una identità, quella di vittime, ma non dobbiamo esserne spaventate perché se siamo vittime possiamo anche essere il suo contrario, dei sopravvissuti, il contrario di morire è quello di vivere e come diceva S.J. Lec “Alcuni dovrebbero vivere una seconda volta come premio, altri come castigo.” tu Maria dovresti vivere come premio e non castigo. Allora solo una cosa posso veramente, consigliarti di rivolgerti ad un centro anti violenza, dai una cornice alla tua esperienza, guardala e poi lasciala li per andare avanti, ti consiglio di dare il giusto nome.

Mariateresa da subito mi ha dato l’impressione di una donna forte, una che si cimenta, che si mette in discussione, è una delle donne di questo percorso e progetto, comunica semplicità e quotidianità ma allo stesso tempo forza e determinazione. Vorrei che tutte ci sentissimo così, forti e determinate senza dover dimostrare nulla, senza dover essere eroine ma solo essendo noi stesse. Grazie Mariateresa per aver contribuito con la storia di Anna.

Ho spesso la sensazione che raccontare i “fatti” non arrivi al cuore delle persone, non avvicini alle vittime, anzi forse si ottiene l’esatto contrario, i fatti sono assimilati come qualcosa di “irreale” difficile da interiorizzare come avviene per le vittime dell’11 Settembre di cui parla Susan Sontang sopra, troppo distanti dalla immediata comprensione, al punto che le vite delle vittime di violenza diventano la “trama di una vita non vissuta ma solo raccontata.


Mariangela “è una lunga storia” come mi scrive cercando di mettere assieme una biografia di se stessa. Una storia che inizia quando ha 16 anni e decide di andare lontano, un passo importante per la sua età. Da allora Mariangela ha camminato molti passi, ritornando nella sua terra d’origine, dove vive con tre figli che sono la sua radice in questa lunga storia.
Raccontare mi dice è troppo lungo, ed io sento tutto questo eco che si perde lontano, ma ora  Mariangela è una donna libera! Amata e stimata da chi la conosce, si occupa tra gli altri impegni anche di teatro, se ripensa al prima mai si sarebbe immaginata di salire su un palco, oggi invece come le donne salentine di cui ci parla nel video, Mariangela in equilibrio ritrova la sua radice.

La potenza del negativo, che porta all’alienazione e allo smarrimento per le donne del Salento trovava una risposta bellissima nella danza, danzare non è la soluzione alla violenza di ieri e di oggi, lunghe battaglie hanno combattuto per noi quelle donne così forti, ma credo fermamente che anche per noi ci sia la necessità di trovare un punto di equilibrio nel dopo.
Una “danza” che ci permetta di “rinascere” e di ricollocarci con forza e determinazione dove L’IO è di chi è sopravvissuta non di chi sta ancora sopravvivendo. Non possiamo e non dobbiamo essere vittime per sempre prima di un uomo poi della società. Perché c’è chi sopravvive in guerra e chi sopravvive in casa.
Grazie a Laura abbiamo una lettura del testo “Oltre la Notte”, Laura è una donna pragmatica, molto riservata, ci scambiamo poche parole ma lei mi piace subito, diretta e gentile.
Grazie Laura, il testo non era facile, non era facile far comprendere la rabbia e assieme la speranza, per un argomento cosi complesso come il reato. Grazie per aver sentito il testo e non solo averlo interpretato.

Questa spero sia una generazione che va altre la notte, del basta con il silenzio, basta accettare passivamente la normalizzazione della violenza, nei giornali, con gli amici, con i parenti, con se stessi. Non siamo partigiane, non siamo sotto le bombe, ma non abbiamo una guerra meno difficile da combattere, sradicare generazioni di parole, di gesti, cambiare la cultura così come ci abbraccia e ci fa sentire, corresponsabili dell’atto violento solo perché abbiamo amato.

Cinzia apre questo spazio con il testo più importante del progetto, perché parla dell’inizio, di quella necessità imperante di non tacere, di dichiarare in qualche modo ciò che si prova. Cinzia ha una voce dolce, i modi di chi ha la dolcezza nel cuore, ma è una donna forte che porta avanti la famiglia e il lavoro con determinazione, è una donna che comprende il “dolore degli altri”. Cinzia avrebbe tante battaglie da raccontare di come piano piano la sua vita si sia delineata, le custodisce queste battaglie, ma in lei si possono leggere passi decisi nella danza, i suoi piedi battono sul tamburo della vita e svelano la sua forza d’animo. Grazie Cinzia.

La violenza non è un fatto privato, se anche tu hai delle emozioni da urlare, questo è uno spazio protetto dove le parole prendono forma e significato.

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