La tua “storia”

La violenza non è un fatto privato, se anche tu hai delle emozioni da urlare, questo è uno spazio protetto dove le parole prendono forma e significato.

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La storia di Anna

Anna mi scrive una email, molto confusa, gli eventi che mi racconta si susseguono come un elenco, diventa difficile per me capire cosa voglia dirmi, capisco i fatti dietro la sua esperienza ma non riesco a “sentire” chi mi scrive, decido allora di risponderle, è difficile rispondere a certe email così cariche, ti senti una intrusa e non sai bene come chi sta dall’altra parte possa percepire che tu sai, che tu senti con lei. Chiedo ad Anna se ha voglia di sedersi ad un tavolo con una penna in mano e di scrivere come se il foglio fosse una finestra da cui urlare, di scrivere come si sente e non solo cosa è successo. Dopo qualche giorno arriva la risposta alla mia email, leggendo capisco che troppo spesso questo argomento viene trattato solo attraverso i fatti lasciando per strada le emozioni, questo fa si che i fatti perdono di significato dopo poco. Questa mia necessità, di chiederle come si sente e non cosa le sia accaduto, mi porta subito alla mente un libro letto molti anni fa di Susan Sontang “Davanti al dolore degli altri”.

Un evento diventa reale – agli occhi di chi è altrove e lo segue in quanto «notizia» – perché viene fotografato. Ma anche una catastrofe di cui si ha esperienza diretta finisce spesso per sembrare stranamente simile alla sua rappresentazione. L’attentato al World Trade Center dell’11 settembre 2001 è stato descritto come «irreale», «surreale», «simile a un film», in molte delle prime testimonianze fornite da chi era scappato dalle torri o aveva osservato da vicino quanto stava accadendo. (Dopo quarant’anni di film catastrofici hollywoodiani ad alto costo, l’espressione «sembrava un film» pare aver sostituito la formula con cui i sopravvissuti a una catastrofe erano soliti esprimere l’impossibilità di assimilare in tempi brevi ciò che avevano vissuto: «Sembrava un sogno».)

Ho spesso la sensazione che raccontare i “fatti” non arrivi al cuore delle persone, non avvicini alle vittime, anzi forse si ottiene l’esatto contrario, i fatti sono assimilati come qualcosa di “irreale” difficile da interiorizzare come avviene per le vittime dell’11 Settembre di cui parla Susan Sontang sopra, troppo distanti dalla immediata comprensione, al punto che le vite delle vittime di violenza diventano la “trama di una vita non vissuta ma solo raccontata”. Io stessa a volte mi sono ritrovata a dire la frase: ” guarda che è tutto vero non è un film, queste cose succedono sul serio!”. Come ci suggerisce Susan Sontang in un suo libro a proposito delle guerre lontane, il rischio è che con l’immagine su pellicola (tv) svanisce la notizia stessa.

La guerra mossa dagli Stati uniti al Vietnam, la prima seguita giorno dopo giorno dalle telecamere fece conoscere al fronte interno una nuova tele-intimità con la morte e la distruzione. Da allora,le battaglie e i massacri filmati mentre si svolgono sono diventati un ingrediente abituale dell’incessante flusso di intrattenimento domestico riservatoci dal piccolo schermo.

Quando ad una cena sento dai commensali questa conversazione: “basta parlare di tal argomento non se ne può più! quale era l’argomento prima di questo con cui ci tartassavano?” risposta “la violenza sulle donne” accompagnata da noia e superficialità, Susan Sontang mi attraversa il cuore e la dignità messe in un angolo dall’indifferenza.

Voglio percorrere per questo una strada differente, arrivare alle persone non con la crudeltà e la violenza delle storie che mi vengono raccontate, ma cercando di narrare come Anna si sente, rivelando le sue emozioni, perché credo che siano queste che dobbiamo recuperare oggi per poter veramente cambiare qualcosa in noi tutti.

Anna ha circa 35 anni, con il lavoro si barcamena a tirare avanti, fa tutto da sola mi dice, con i suoi genitori ha un rapporto contrastato, li ama ma non riesce a perdonare tante cose, non sono stati dei bravi genitori mi scrive, quando ho provato a dire loro cosa mi fosse successo mi hanno picchiata, per loro mentivo. Il senso di colpa che ha provato assieme alle botte non se lo è mai più scrollata di dosso, lo percepisco dalle sue frasi indecise tra colpa e riscatto. Anna ancora oggi racconta la sua storia senza capire bene dove collocarla nella sua mente, perché per tanto tempo l’hanno fatta sentire in colpa, una bugiarda, una instabile, nessuno le ha mai più chiesto se quei racconti fossero reali. Anche i parenti, le dicevano di smettere di raccontare bugie, certe cose non si dicono che figura ci avrebbe fatto la famiglia.

Anna era piccola, aveva circa 7-8 anni, spesso giocava con un vicino di casa, il figlio di alcuni amici di famiglia, molto più grande di lei, ancora oggi si domanda se un gioco può essere considerato violenza. Non usa mai la parola stupro, me ne parla come se la sua non fosse veramente una storia di quelle, la violenza che sente di non aver mai cancellato nella sua testa è quella di non essere stata creduta, ci tiene a farmi sapere che non mente mai, che fa una vita “onesta”. La sua storia Anna l’ha quasi dimenticata, quello che le è rimasto addosso è l’etichetta di “sbagliata”, anche oggi da adulta difende con i denti le sue verità, grida con forza quando non le credono, mi scrive: “non sai quante volte mi sono sentita in torto anche se avevo la ragione addosso”. Anna mi dice anche un’altra cosa alla fine prima di chiudere e di salutare: “so di essere diversa, diversa da loro, so di essere migliore”.

Vivere

Penso che se non esistessi
Ingombrerei meno la mia esistenza
Peso a gli altri come una pietra nelle tasche
La tengono nel pugno e la nascondono
Ma quando possono la scagliano
Contro il selciato
Non rimbalzo
Rimango li pesante
Pronta per un’altra tasca
Ingombro senza esistere
Esisto senza vivere.

La Storia di Ania


Ania
mi ha chiesto di raccontare la sua storia, perché mi dice in una email “io non ne sono capace vorrei che gli altri la trovassero anche un po bella”. Ha circa 65 anni anni Ania, una famiglia 3 figli ormai grandi, un marito e un lavoro, come un quadro ben incorniciato dentro di esso si sente realizzata.

Ha voglia Ania di raccontare di quando era piccola, erano gli anni a cavallo tra i 60 e 70, per la nostra generazione di giovani non più tali, vicino alla soglia dei 40, gli anni delle foto sbiadite in cui cerchiamo le tracce dei nostri genitori e dei nonni. Gli anni in cui molte cose erano diverse, ma noi non sempre ci chiediamo in che modo. Le famiglie ad esempio erano da quello che mi racconta Ania delle “tombe” in cui si seppellivano le sofferenze, perché le cose si nascondevano e guai che qualcuno le venisse anche a sapere. Il modo migliore per mettere tutto sotto l’uscio era quello di negare.

Però quel ricordo, di un nonno a cui si doveva portare rispetto, rimane nitido, quasi custodito in una scatola assieme alle foto sbiadite. Il nonno era un pericolo per Ania, spesso cercava di insinuarsi nella sua innocenza, fortunatamente senza mai riuscirci fino in fondo. Come se ci fosse un fondo per essere violate, un limite deciso dagli altri, messo in piedi per minimizzare, integrare, re-integrare quasi nel comune sentire qualcosa che altrimenti andrebbe solo condannato. I bambini parlano, sempre, a volte con un linguaggio che non comprendiamo ma parlano, così ha fatto Ania, ma la famiglia di “tomba” ha deciso che erano fantasie, solo fantasie.

“Con il tempo non ci ho più pensato” mi dice, però spesso si è chiesta se tra le sue sorelle o cugine ci fosse qualcuno che aveva subito il suo destino, ancora oggi la sua risposta è si. Il “nonno” non si è fermato anche quando è cresciuta, così spesso si rifiutava di andare su quella casa ma veniva costretta da obbligo e dovere. Quando Ania è diventata madre chi sa perché una delle sue figlie la preoccupava più delle altre, non la perdeva mai di vista ma un giorno mentre si affaccendava a lavare i piatti Penny è sparita, per un secondo, in quel momento la paura.

Anche quella volta il nonno non è arrivato fino in fondo per fortuna. Ancora una volta ci si è sentiti salvi senza esserlo veramente. Ogni tanto mi confida Ania io mi chiedo se esista un “meno peggio” e non riesco a darmi una risposta.

A te Ania una delle mie poesie che ora sento più tua che mia…

Mastro burattinaio

Maddalena dorme

Maddalena si perde

Dietro il mastro burattinaio

Aspetta la rappresentazione

Di un candido vestito.

Maddalena dorme nella nebbia

Dorme nella compostezza

Nel coraggio.

Aspetta

Vestita di stracci

Campanelli

Suona la sua bocca di legno

Vomita

La terra compatta e di polvere

Che Maddalena ingoiò.

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