Anna Kołakowska la mia scelta.

 Charles Harbutt
Charles Harbutt. Woman, Yorkville, New York, 1958.

La storia che vi voglio raccontare ha il nome di Anna Kołakowska, Anna vive a Cracovia una citta polacca, la Polonia in questi giorni è al centro di dibattito per una legge che viola il corpo di donna e con esso il diritto alla libertà di scelta. Il 22 ottobre di questo anno la Corte costituzionale di Varsavia ha stabilito che l’aborto a causa di malattie e malformazioni del feto non è conforme con la Costituzione polacca. La Polonia aveva già delle leggi molto restrittive a riguardo, con quest’ultima limitazione ha reso l’aborto impossibile da praticare.

Mi sento di affermare che questa è una pagina “buia” della contemporaneità, l’esercizio del potere sul corpo da parte di una istituzione afferma in tutta la sua dirompenza una violazione dei diritti umani. Anna condividendo la sua storia con Le Donne del Dopo, ha deciso di dare voce al suo corpo, di riappropriarsi con la sua narrazione di uno spazio intimo messo al bando dalla politica.

Anna Kołakowska Stefanini non vedeva l’ora di rimanere incinta, di diventare madre, quando ha scoperto che il suo sogno si sarebbe realizzato, ha fatto di tutto per mettere il suo corpo al “sicuro”, esami, un alimentazione sana, sport, si è assicurata che il passo della sua piccola fosse cullato di amore e attenzione, anche se questo per lei è costato molto sacrificio. Anna non ha difficoltà economiche, strada facendo si rende conto delle enormi spese da sostenere tra visite ed accertamenti e si domanda, come un paese che si dichiara a favore della “vita” possa poi lasciare che le spese prenatali siano interamente a carico del cittadino? Se la “vita” è così importante per la Polonia, come può fare una donna sola e con scarse disponibilità economiche a portare avanti una gravidanza? Anna mi scrive “ho scoperto che essere madre in Polonia è un lusso”. Cosa succederebbe se una donna senza mezzi fosse costretta ad affrontare una gravidanza problematica con tutte le spese a suo carico in Polonia ma non solo? Si aprono di fronte a questa domanda mille delle vostre storie, mille delle vostre parole, di donne che hanno subito e sopportato perché senza mezzi, senza possibilità di fare altrimenti, rese povere, private della loro dignità e libertà, con in tasca solo con il coraggio di andare avanti.

Poco tempo dopo Anna scopre, dopo un esame Prenatale, che il feto presenta delle anomalie e che la sua è una gravidanza con complicazioni irreversibili, la piccola ha la sindrome di Patau. Il mondo di Anna si è fermato in quel momento mi scrive “il mio cuore si è spezzato”, in quel preciso istante Anna sapeva che doveva prendere una scelta, doveva ripiegare su se stessa quella terribile notizia e trovare la forza di decidere. Sulla scelta di Anna io sento di non aver nulla da dire o da potervi raccontare, perché quel istante nel tempo, nello spazio e nel luogo di una donna è inviolabile. La decisione di portare a termine una gravidanza così difficile, non può trovare nessuna voce se non quella del singolo individuo, della unicità di quel singolo istante tempo spazio della propria vita.

Anna decide di interrompere la gravidanza, e grazie al medico che l’ha seguita ha intrapreso l’iter necessario in Polonia. Anna e il suo compagno hanno dovuto formalizzare la richiesta di permesso ad una Commissione, un consiglio medico, a cui ha dovuto dimostrare la sindrome di Patau per poter effettuare l’aborto legalmente. Poco dopo aver ricevuto l’esito positivo da parte della commissione Anna ha effettuato l’intervento ed è tornata a casa.

“Sono passati quattro anni, non sono pentita della mia scelta, non avrei potuto far soffrire così la mia bambina, così ho scelto di prendere su di me tutto quel dolore.” Non si cancella un aborto, come alcuni movimenti Pro Vita sostengono, il dolore non si cancella, ma si rigenera nella necessità di senso che ci fa andare avanti dopo un lutto. Il lutto di Anna si è dovuto accompagnare con l’umiliazione di dover chiedere il permesso, di dover attendere che qualcuno decidesse per la sua famiglia cosa fosse giusto fare, che qualcuno si sostituisse a lei.

Oggi Anna si sente in pericolo nel suo paese è furiosa ed arrabbiata, sente che con la decisione presa giovedì 22 ottobre, il suo corpo già oggetto di una “violenza” istituzionale di genere ora è completamente in mano ad una istituzione in ogni sua parte e interezza.

Quando scriviamo o pronunciamo la parola potere ci sembra sempre che questo non abbia un corpo, che ci sfiori senza consistenza, che nella sua natura più intrinseca ci sfugga senza lasciarci la possibilità di afferrare la sua oggettiva materialità, questo ci confonde, ci lascia atterriti e non ci offre la possibilità di generare una risposta immediata, abbiamo bisogno di tempo per sedimentare cosa ci sta accadendo e tempo per rispondere alla sua presa. La stretta politica sul corpo della donna, da parte della destra conservatrice affiancata dai movimenti Po Life e Pro Vita, ha sempre più le dimensioni di un fenomeno volto a ridefinire il “sapere\potere”, come ci suggerisce Foucault, attorno al corpo della donna, quest’ultimo è ostaggio del linguaggio della politica, ed è sul suo “sacrificio” che si stanno giocando le partite del potere.

Oggi più che mai le donne devono costruire nuovi racconti, nuove “memorie”, abbiamo la responsabilità di raccontarci, di disegnare nuovi percorsi del sapere a partire dal noi inteso come “genere” che si oppone, non siamo pronte ad eliminare le differenze, di intraprendere un dialogo privo di definizioni che abbiano il “sesso biologico” come centro di definizione delle identità, è il tempo di sottolineare le differenze e di chiedere a partire da un “noi” compatto e consapevole.

Forse ai nostri giorni l’obiettivo non è quello di scoprire che cosa siamo, ma di rifiutare quello che siamo. Dobbiamo immaginare e costruire quello che potremmo essere. Foucault

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