Il lato umano della fotografia

Sono a cena da un amico e intravedo nella sua libreria un libro dal nome “SottoPelle”, ne sono subito incuriosita e inizio a sfogliarlo, ed ecco li un progetto di una donna, una artista, una fotografa, che ritrae corpi di donna fuori dagli schemi e dai cannoni della pubblicità, corpi del quotidiano, i nostri corpi. Decido di incontrare Silvia perché voglio sapere di più del suo processo artistico, di come sia arrivata a quelle donne. Decidiamo dopo pochi messaggi di fare una cena a base di cibo indiano e iniziamo a chiacchierare.

Francesca: Silvia donna e silvia artista, ti va di raccontarmi prima qualcosa di te?

Silvia: Come donna ho fatto nel tempo un percorso di auto-consapevolezza, avevo come modello mia madre, che rispecchiava la donna remissiva da cui oggi vogliamo allontanarci, a circa 22 anni è iniziata la mia avventura fatta di riflessioni e passi in questo senso, oggi ne ho 43 e sono contenta della donna che sono diventata. Autonoma e indipendente, senza figli, sento che sono qui per investire il mio tempo cercando me stessa ma non solo.

Francesca: Silvia ma la fotografia in questi 20 anni di cammino come è arrivata? Come hai scelto la fotografia?

Silvia: In realtà io ho una formazione scientifica ed all’inizio ho lavorato per una casa farmaceutica come ricercatrice, il mio pane era la matematica. Mi avevano sempre detto che l’arte non era importante, ed io vi avevo creduto, quindi non mi ero interrogata se avessi o meno dei talenti artistici. Ero altrettanto portata sia nelle materie scientifiche ed umanistiche, non sento di aver fatto degli errori, ma c’era il mio bisogno di contatto, di ricerca empatica, che mi portava verso altre direzioni.

Francesca: Mi parli di questo tuo sentire empatico verso l’altro?

Silvia: Fin da piccola parlo con le persone, anche solo stando vicina a loro, da adolescente non sapevo casa farne, da grande ho capito che la fotografia era il mezzo per esprimermi. Nel 2008 ho fatto un viaggio in Senegal, mi ero comprata una macchinetta compatta e li ho iniziato a fotografare i volti delle persone. Subito dopo ho iniziato un corso di fotografia ed ho capito che la fotografia era qualcosa di viscerale che veniva da dentro.

Francesca: Come è diventato un lavoro? Sai molti vorrebbero fare della propria passione il proprio lavoro, a volte manca il coraggio, a volte i mezzi, non è semplice immagino.

Silvia: Non è stata una cosa immediata infatti, nel 2009 ho fatto un altro viaggio zaino in spalla, sono andata in India, sono stata via un mese, l’idea di essere ad 8000 km distate da casa da sola mi dava un senso di libertà, le persone mi davano sempre una mano ogni giorno, mi sono detta che forse era il momento di fare quello che desideravo. Mi sono sentita pronta. Li mi sono accorta che sono tantissime le donne che viaggiano da sole, ricordo che la più giovane che ho incontrato aveva 18 anni, e stava li per 6 mesi. Dopo questo viaggio decisi di cambiare vita.

Francesca: Ma come era vista una donna che viaggiava sola? tu cosa hai raccolto come esperienza rispetto a questo?

Silvia: Curiosità principalmente, gli uomini e le donne mi chiedevano perché viaggiassi sola, le donne in particolare si preoccupavano per me, mettevano in campo una forma protettiva nei miei confronti, non capivano il senso del perché stessi viaggiando sola.

Francesca: Cosa è successo una volta rientrata?

Silvia: Il destino mi è venuto un po’ incontro, c’è stata una riduzione del personale in azienda, io fortunatamente lavoravo per una grande azienda aziendalizzazata, questo mi ha permesso per fortuna di cadere in piedi. Io ero predisposta all’uscita e dopo notti insonni mi sono candidata per uscire dall’azienda spontaneamente, non volevo che il lavoro venisse tolto a chi ne aveva bisogno.

Francesca: Sai Silvia io noto che la prima cosa che ci viene chiesta dopo il nostro nome è che lavoro facciamo, come se il lavoro determinasse la nostra identità, in quel momento tu ti sei trovata a decidere chi eri, la tua identità, me lo confermi? hai sentito questo?

Silvia: Dobbiamo scegliere da molto giovani cosa dobbiamo fare di noi, non ho fatto un percorso completamente scollegato da me, ci ho messo del tempo ma ero Silvia prima e Silvia dopo, io ho avuto la fortuna di poter avvicinare le mia doti artistiche nel tempo. Dopo essere uscita dalla realtà aziendale è iniziata la mia fase due, per un mese ho girato attorno a molte idee, poi mi sono detta farò la fotografa.

Francesca: Come si svolge il tuo lavoro di Fotografa oggi?

Silvia: Una parte del mio lavoro è di tipo commerciale, la parte che mi paga le bollette, ma sono riuscita comunque a rimanere fedele a me stessa, il focus sono le persone e il loro lato umano, cerco di prendere lavori che riguardino questi due aspetti.

Francesca: mi parli della parte della fotografia artistica?

Silvia: ho sempre cercato nella mia ricerca artistica di rispondere ad una domanda: cosa ci definisce come esseri umani. In ogni progetto cerco di dare risposte diverse. Ad esempio il mio primo lavoro ha riguardato i cambi di vita e mi riguardava da vicino quindi l’ho realizzato in autoritratto. Sono partita dal voler definire un percorso di identità soggettiva che ci definisce lungo il nostro cammino. Tutti i miei progetti in realtà sono per me più una espressione performativa, ogni progetto per me è incontro è esperienza.

Francesca: Il progetto che mi ha condotta qui a questa intervista è “Sottopelle”, ti va di raccontarmi come è nato?

Silvia: Ho cercato con Sotto pelle di rispondere sempre alla domanda cosa ci definisce come umani ma partendo dal corpo. Allontanandomi dallo stereotipo sociale del corpo di donna, ma il corpo visto come casa che ci ospita. Chi sono le persone che ci abitano dentro?

Francesca: Questo tema della casa corpo è a me particolarmente caro. In uno dei miei articoli che si intitola “Lo faccio per me” nel trattare il tema del peso come stigma sociale scrivo: “Io lo faccio per me: “scelgo di non far scegliere a nessuno come deve essere la mia casa.” Pensi sia questo il tema delle tue foto?

Silvia: Anche io come donna ho avuto una fase in cui ero convinta che lo stereotipo sociale fosse la risposta, ad esempio quando avevo 22 anni avevo formulato il pensiero che se avessi avuto un corpo perfetto le persone mi avrebbero voluto più bene. Questo mi portava in palestra anche 4 5 volte alla settimana, ma per quanto mi impegnassi non riuscivo mai a raggiungere un corpo perfetto. Crescendo mi sono liberata di questa cosa e adesso sono in equilibrio con il mio corpo. Credo che il corpo non è un elemento di conversazione, dovrebbe essere escluso dal metro di giudizio di una persona, come non ci si interessa se hai o no i capelli neri o castani, così dovrebbe essere per il corpo.

Francesca: Chi sono le donne di SottoPelle?

Silvia: Ho sempre lavorato con il nudo, ma in autoritratto, ad un certo punto ho sentito la necessità di fotografare qualcuno che non fossi io. Inizialmente ho chiesto a delle amiche di poterle fotografare, ho inserito un post in Facebook, in cui specificavo che non avrei fatto nessuna selezione e che non vi fossero standard o richieste. Volevo produrre bellezza a prescindere e volevo comunicarlo anche alle altre donne. Non mi aspettavo la risposta che ho avuto. Mi hanno risposto in 50, ne ho fotografate 30 anche se erano troppe per il progetto, perché l’esperienza umana è stata così “nutriente” che non mi sono fermata.

Francesca: Nel libro però non c’è solo una componente visiva, ma anche scritta, me ne parleresti?

Silvia: Mentre andavo dalla prima donna che ho fotografato, ho pensato partendo dal fatto molto semplice che amo le sorprese, che potrei chiederle di scrivere qualcosa per la donna che si sarebbe fatta fotografare dopo. Una cosa semplice che poi ha cambiato il senso del lavoro, ogni donna ha ricevuto una lettera scritta da una estranea, all’ultima ho chiesto di scriverla per la prima, chiudendo il cerchio. Quelle lettere sono molto importanti perché hanno connesso queste donne nella scoperta del se come corpo.

Francesca: Una donna che fotografa un altra donna.

Silvia: uno dei problemi anche nella fotografia è lo stereotipo che sia l’uomo a meglio ritrarre la donna. Secondo me c’è bisogno invece di donne che fotografano le donne, perché l’immaginario visuale a cui attingiamo è costruito dal mondo maschile, e questo porta con se tutto il carico di stereotipi del mondo maschile. Ancora oggi le donne preferiscono farsi ritrarre da uomini.

Francesca: Questo secondo te da cosa dipende? Non credi che ci sia anche la ricerca del consenso da pare del mondo maschile. Mi spiego meglio, ci hanno convinto che la nostra femminilità, dipenda dall’approvazione maschile, forse ricerchiamo questo abbracciando stereotipi e imposizioni anche se non ci appartengono.

Silvia: Non saprei, ma credo ci sia anche questa componente. Le donne che ho fotografato hanno avvertito la diversità di approccio nell’essere fotografate da una donna. Innanzitutto è emerso il tema della sicurezza, erano donne nella loro casa, la domanda è stata:”io Silvia farei venire un uomo in casa mia per delle foto di nudo?” la risposta è no. Queste donne mi hanno aperto la porta perché ero donna. Ho potuto quindi avere uno sguardo privilegiato ad uno spazio molto intimo.

Francesca: Ricordi una reazione particolare ad una delle lettere?

Silvia: La reazione emotiva è stata sempre molto forte, leggere di qualcuno che comunicava il suo sentire, ha avvicinato queste donne come in un abbraccio.

Francesca: Tocchi un tema che io sento in particolar modo, la necessità di trovare nuove forme per comunicare tra noi donne. E’ un po’ come se ci abbiamo tagliato i fili del telefono mettendoci in competizione, abbiamo vissuto per anni il nostro corpo, come un campo di battaglia per conquistare. Il nostro corpo è stato mercificato, oggettualizzato, privato della componente intima e identitaria. Ci siamo allontanate, forse oggi abbiamo l’esigenza, di comunicare assieme unite la liberazione del corpo dal dominio. Come ti poni rispetto a questo.

Silvia: Prima di scattare c’era un momento in cui ci si metteva attorno ad un tavolo a bere qualcosa e a parlare, in quei 30 minuti, la vita di queste donne veniva fuori. Ho fotografato donne di tutte le età e in base alla fase in cui sei cambiano i contenuti, le donne giovani ad esempio erano quelle più critiche sul loro corpo, le donne attorno ai 40 anni avevano voglia invece di dire basta, questo è il mio corpo ecco qua. Le donne più grandi invece sentivano molto il bisogno di parlare della menopausa, alcune me ne hanno parlato come una liberazione. Ad esempio una in particolare mi ha spiegato che anche se hai figli, la società si aspetta da te che tu sia la mamma eroina che torna subito in forma, quindi hai addosso una forte pressione sociale, questa donna ha dunque vissuto la menopausa come una forte liberazione. Sentiva di essere donna e non solo madre.

Francesca: Per tornare alle lettere che chiudono il progetto, mi viene in mente l’importanza del rito e la circolazione del sapere nelle tre età della donna.

Silvia: Abbiamo perso infatti il valore della vecchiaia e del femminile come saggezza, penso ci siano nuove forme per ritrovare tutto questo.

Francesca: Il tuo progetto ha riconnesso le donne, cosa pensi del fatto che noi donne, di fronte a quella che viene secondo i canoni definita una bella donna, ci troviamo in difficoltà, nel nostro rapportarci a lei. Se noti nel riferirci a lei si instaurano meccanismi che non sono femminili ma appartengono al maschile, come la competizione, il giudizio sul corpo, un linguaggio feroce per definirla.

Silvia: Ogni giorno porto avanti l’idea che dobbiamo abbandonare tutto ciò. Mai mi riferirò ad una donna con parole volgari e feroci. Mai darò un giudizio “oggettivante” sul suo corpo. La cosa bella è che tutte hanno riconosciuto il bello dei propri corpi nella fotografia, quindi le loro “imperfezioni” sono diventate bellezza nell’arte. L’uso del mosso ha la peculiarità di smaterializzare il corpo, infatti se guardi bene, sembrano dei dipinti. Ma il mosso ha in sé un contenuto, far si che il corpo diventi più leggero, quindi non è il corpo l’oggetto della foto ma chi ci abita dentro.

Francesca: Quindi la lettura della foto non va sul corpo come oggetto e contenuto, ma il corpo come spazio e tempo, l’elemento in campo è il soggetto. Ti faccio una domanda provocatoria, pensi che queste donne, abbiano aderito perché il mosso, permetteva di mettere in gioco non un corpo crudo pieno di “imperfezioni”?. Penso che noi donne siamo in cammino, ma non siamo pronte ad accettarci così come siamo. Le stesse donne forse, poi in spiaggia o in altri contesti, lo stesso corpo, tenderebbero a nasconderlo.

Silvia: Infatti il mio è un progetto di transizione, la trasfigurazione che ho creato, nasconde le imperfezioni, nasconde i lineamenti. Se fosse stata una fotografia nuda e cruda probabilmente avrebbero partecipato molte meno persone. Abbiamo ancora strada da fare. Il mio lo vedo come un progetto di transizione.

Francesca: Non sarebbe interessante fotografare singoli pezzi di un corpo crudo con l’obiettivo di abituare l’opinione pubblica a una nuova lettura della bellezza.

Silvia: Ci sono già progetti di questo tipo, noi siamo abituati a vedere una perfezione che non è reale, qualsiasi cosa vedi oggi ti racconta una menzogna. Il bisogno oggi è quello di educare lo sguardo. C’è bisogno di verità!

Una donna in una lettera del libro ha scritto ha scritto: Femmine di nasce donne di diventa. Silvia Pasquetto ci lascia un grande messaggio, rivoluzionario forse oggi, ma mai più importante come in questo contest socio-culturale, in cui le donne iniziano a riappropriarsi di se stesse. Vi invito ad andare sulla pagina di Silvia e di cercare voi stesse tra le pagine del suo libro.

Troverete la pagina ufficiale al link: https://www.silviapasquetto.com/

O anche alla pagina dedicata al progetto:https://www.nudemotions.photo/home/

Per acquistare il libro Sottopelle: https://www.nudemotions.photo/home/

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