Elena: Il mio corpo è una battaglia politica. “L’arte gentile”

Elena Marchesini, classe 1980, artista di talento che vive e lavora nella città di Padova. La sua opera, divertente e irriverente, sembra essere una rivisitazione contemporanea dell’epoca del Rinascimento. Dietro le tele di Elena vi è una critica sociale molto attuale, vi sono dei messaggi di cui parleremo nell’intervista portati avanti con un linguaggio colorato e comprensibile a tutti, l’arte gentile mi piace definirla, un linguaggio nuovo che non irrompe con emozioni negative nella nostra vita portandoci comunque a riflettere su temi come l’identità. Ho incontrato Elena ad una sua esposizione e come sempre con gentilezza ed eleganza ci ha regalato un po’ di se. L’esperienza di Elena è molto importate come testimonianza per tutte noi che come lei ci siamo trovate ad affrontare le sue stesse paure e gli stessi riscatti.

05-luglio 2020

Francesca: Ciao Elena partiamo dalle parole identità e corpo mi parleresti ci cosa ti evocano e cosa ne pensi.

Elena: Per me è una questione più di ruolo, mi spiego meglio. Se non sei un maschio etero, cisgender, cattolico, alto e bello, sei un gradino in basso, quindi fai molta più fatica a stare nella società. Infatti partendo dal fatto che il patriarcato ci attraversa, anche le donne assecondano il maschilismo, ci educano da piccoli ad assecondare.

Francesca: Quindi come ti poni rispetto alla questione della genetica e rispetto rispetto al tema educazione? e come pensi le due cose incidano nel processo identitario?

Elena: Io credo e riconosco l’importanza della genetica nella determinazione del se, ma il genetico è spesso confuso con l’educazione e la cultura. La questione si riassume sempre sulle imposizioni. La spontaneità, il sentire, sono repressi, devi adattarti al maschio etero, cisgender, cattolico.

Francesca: Come nasce la Elena Artista? quanto di quello che ci siamo dette fin ora ha inciso nel tuo processo artistico?

Elena: Io sono sempre stata una artista! molti non usano questo termine, perché vieni tacciata di arroganza, ma io mi domando che male c’è io l’arte la sento dentro, come potrei definirmi diversamente? A volte mi hanno detto che lo faccio perché mi piace apparire, ma io odio apparire! Sai quante volte avrei voluto nascondermi?! Quando sei diversa, per forza di cose “appari” rispetto a gli altri, ma questo non vuol dire che tu lo voglia, è lo sguardo degli altri che mi fa diversa ed esposta, non sono io che ricerco questo. Per me affermarmi come artista e come Elena è stato un percorso difficile, le due cose hanno vissuto un unico cammino. Io sono una e basta.

Francesca: Come vediamo questa cosa nei tuoi dipinti? Volevo chiederti dei messaggi che ci sono dietro al tuo processo artistico, ritengo che le tue opere hanno in se un aspetto di denuncia, ma con un fare ironico, provocatorio, irriverente. Chi è la Gioconda?

Elena: Lo sto capendo adesso, mi ci è voluto del tempo, non è arrivato tutto a mente fredda, ci sono arrivata con il tempo. Questa gioconda, ho iniziato a dipingerla 10 anni fa, la Monna Lisa la scelsi inizialmente come Icona Pop, però con il tempo questa Gioconda mi parlava, ma attraverso gli altri, alle mostre mi chiedevano: ma sei tu? ed io non ne ero nemmeno contenta perché la disegnavo bruttina! Lei mi stava già parlando, all’inizio la disegnavo molto maschile ma poi è diventata più bella, più donna, più sicura! Quella gioconda sono io!

Francesca: Ma pensi abbia radici più profonde la Monna Lisa in te? c’era anche prima o è nata con le prime tele?

Elena: La Monna Lisa è quella donnina che io dipingevo quando mi chiamavo Paolo all’asilo, questo è uno dei miei primi ricordi, avevo 5 anni circa e disegnavo con un pennarello blu questa donna, che non era ancora la gioconda. La suora che si occupava della mia classe, mi Chiese un giorno: “perché disegni sempre donne tu? chi è questa donna?. Io gli risposi la cosa più ovvia: “sono io!”. Lei si mise a deridermi ed io mi senti offesa. Non la giudico, per una suora negli anni 80 forse era troppo, io però avevo bisogno di essere compresa, avevo bisogno della mia educatrice. Lei mi disse anche:”ma tu non puoi essere questa donnina qui! guarda se continui a disegnare le donne ti cade il pisellino!” ed io pensai Speriamo, magari, che bello!!!!

Io sentivo già a 5 anni che si erano sbagliati, che mi dicevano qualcosa che dentro di me non trovava il suo posto.

Francesca: La tua storia oggi è importante come testimonianza, proprio alla luce della nuova legge contro la transomofobia, o comunque contro le forme di odio in genere. Sono dell’idea che categorizzare ha in se un pericolo, ma non farlo oggi ci espone a rischi più grandi, perché rischieremmo di non veder riconoscere le forme di odio che stanno dilagando e il non riconoscimento dei diritti che dovrebbero essere fondamentali a prescindere dal genere e dalle scelte sessuali che ognuno di noi fa nella propria vita. Tu cosa hai da dire in merito?

Elena: Esistono gli uomini e le donne, esiste essere donna o uomo, ma questo non deve essere limitato al proprio corpo, essere donna o uomo è prima una scelta esistenziale.

Francesca: Qual’è l’opera a cui sei più legata?

Elena: La mia opera iconica è quella in cui la gioconda è in 500 con il David, perché è da li che è iniziato il mio percorso. Di quell’opera ho fatto 18 copie ovviamente numerate. Fa un po’ridere l’aneddoto dietro a questa opera, perché io andavo ad esporre all’inizio alla “Fiera dello zocco” una sagra, e li una antipatica, di cui non faccio nomi, mi derideva, invece quando lei si è allontana mi hanno acquistato l’opera! quando è tornata pensava io l’avessi nascosta!

Francesca: Trovo che le tue opere raccontino in maniera ironica, bella, colorata, c’è piacere a stare difronte ad una tua tela, ma tu racconti anche di cose importanti, mi ha molto colpito un tuo dipinto titolata “L’offesa”. Mi racconti cosa c’è dietro?

Elena: Dovevo partecipare ad un concorso a tema, ed io non amo attenermi ad un tema, si doveva parlare delle cicatrici dell’anima, ed io ho pensato al tema dell’offesa. L’offesa riguarda tutti. L’offesa verbale ti rimane addosso come un tatuaggio sull’anima.

Francesca: Affronti tutto questo con la gentilezza delle tue opere?

Elena: Dici? Ho tanta rabbia dentro!

Francesca: Io sono profondamente convinta che non si risponda all’odio con l’odio e dietro i tuoi dipinti io vedo una forma di protesta gentile. Ritengo sia importante oggi non cadere nelle stesse forme d’odio di cui siamo vittime, per questo credo che il tuo lavoro molto importante la tua è un “opera gentile” con messaggi importanti.

Elena: quando ero adolescente io ero quella che non taceva, allora la prima cosa che mi veniva detto era che ero isterica. Quando subisci tanto diventi sensibile e impari a reagire, io non sono una guerriera ma una principessa, a volte sono stata costretta ad essere una guerriera. La guerra mi veniva male! Ora sto imparando a perdonare e mi fa piacere che tu veda questo, l’ironia vuole addolcire questa rabbia, l’amarezza che rimane dentro.

Francesca: Sai io penso che sia facile fare Osho su una montagna, ma fai Osho in tangenziale alle 7.30 del mattino! Chi oggi riesce a resistere all’odio è una persona illuminata, è anche vero che i traumi, non possiamo gestirli tutti allo stesso modo, c’è la rabbia che spinge e viene voglia di urlare.

Elena: L’ho fatto tante volte, ho urlato. Qualche tempo fa mi sentivo imprigionata dietro ad un vetro antiproiettile, la gente continuava a codificarmi con un registro maschile, e questo non mi apparteneva. Perché io mantenevo il nome Paolo. Il nome ti identifica, sono Paolo, sono Elena, nessuno andava oltre il nome.

Francesca: Non ti manca mai Paolo?

Elena: Il suono mi manca, ma no il nome Elena mi rappresenta.

Francesca: Vorrei tanto che le donne in particolar modo capissero che abbiamo una battaglia comune, c’è un movimento Femminista estremo che dichiara che se non hai le mestruazioni non sei una donna, io non credo in questa cosa.

Elena: Anche un pisello tra le gambe non ti fa uomo!

Riporto uno scritto di Elena che più dell’intervista può raccontare il suo essere. Ad Elena io dico solo che è una donna straordinaria.

DON’T DREAM IT, BE IT

Sono nata e mi chiamarono Paolo. Certo, non potevo fare obiezione anche perché il pisellino che avevo là sotto sentenziava l’esito certo del mio sesso. In realtà ero convinta, fin dalla più tenera età, che qualcuno si fosse confuso alla mia nascita nel segnare M nella casella genere!

Mi torna spesso alla mente un ricordo, tra i miei primi credo, forse avrò avuto 5 anni se non meno. Era una sera, non saprei in quale stagione dell’anno, quando, mentre mia mamma mi infilava il pigiama la guardai negli occhi e le dissi:” Mamma, io sono una femmina!”. Non rispose, non disse nulla, rimase zitta o meglio sarebbe dire zittita. Mi resi conto in quell’istante che quello che per me era ovvio, naturale, spontaneo per gli altri intorno a me non lo era per niente, anzi, era un qualcosa da nascondere, da celare, da non voler vedere. Ho avvertito in quel momento l’enormità delle mie parole, il peso che avevano avuto su quella donnina, così semplice, giovane, mamma di tre bimbi e già piena di preoccupazioni  legate alla sua salute che non sto qui a ricordare. Ho colto così che al mondo nessuno poteva aiutarmi, neppure la mia mamma.

Ai tempi dell’asilo giocavo con la Barbie e nei miei pensieri quella Barbie ero io. Sognavo, ma quanto non potete immaginare, di portare i capelli lunghi e legarli stretti in una coda oppure di fare una treccia come facevano le bambine all’asilo e poi scioglierli all’improvviso e lasciarli liberi al vento mentre correvo. Li volevo lunghi “fino al sedere”, mi dicevo nei miei pensieri.

Quanto ho desiderato i capelli lunghi! La mamma mi diceva che le bambine soffrivano ad avere i capelli lunghi perché richiedevano troppo tempo per essere ben curati. Io avrei sofferto volentieri pur di averli. Mi chiedevo perché io non potessi averli lunghi. Era terribile per me quando mi portavano dal barbiere. Prima di andare ero anche felice, sognavo che per magia me li tagliassero a “caschetto” come la Carrá. Invece, il barbiere, in accordo con papà, mi tagliava i capelli corti corti ed insieme a tutti gli uomini che attendevano per farsi barba e capelli, mi ricordavano con vigore e fierezza che un giorno avrei avuto la barba e tanti peli, anche nel naso e nelle orecchie e me lo raccontavano come se per me dovesse essere un motivo di gioia. In realtà per me era un incubo. Quando tornavo da quelle sedute di virilità forzata avvertivo solo preoccupazione e cercavo di tranquillizzarmi convincendomi che se avessi con tanto desiderio sperato che io mai avrei avuto i peli e soprattutto la barba forse, forse, per magia, si sarebbe avverato. (Non credo alla magia ma ciò poi è stato …).

Quando avevo 6 anni, rovistai nei medicinali di mia madre per cercare una pastiglia che potesse trasformarmi in una bambina… trovai, credo una pastiglia di lioresal, usato per trattare i sintomi della sclerosi multipla, la tenni nascosta fino a sera quando la inghiottii prima di andare a letto e sperai tantissimo che il mio sogno divenisse realtà al mio risveglio. Vi rendete conto? Sapevo già a 6 anni che se ciò si fosse avverato avrei migliorato drasticamente la mia vita, avrei alleviato il mio dolore esistenziale di cui nessuno attorno sembrava accorgersene.

Mi chiedevo come mai nessuno capiva, nessuno si accorgeva e nessuno veniva a consolarmi. Perché io ero così? Possibile solo io? Finivo così per sentirmi l’unica al mondo ad essere strana, ad avere qualcosa che forse non va. Negli anni ‘80 di queste cose non si sapeva tanto, i miei sminuivano senza sapere che avrei dovuto, invece, affrontare una guerra apocalittica con me stessa e la società che mi era attorno, una guerra enormemente più grande e più forte di me.

Sognavo, sognavo ad occhi aperti, per alleviare la mia sofferenza, disegnando tantissimo e spesso i miei soggetti erano bambine e quelle bambine rappresentavano me stessa immersa in una realtà in cui potevo essere liberamente ciò che sentivo. Abitudine che ancora, in parte, conservo. La fantasia spesso mi ha salvata dai momenti più difficili ma era una magia che finiva quando incontrava la realtà.

Ogni mio movimento, ogni mio modo, ogni mio manifestare liberamente ciò che sentivo di essere era costantemente inibito da quegli sguardi, quei sorrisetti, quel dito indice puntato su di me. Capii ben presto che io non ero come gli altri bambini, non potevo fare ed essere ciò che volevo perché mi era vietato punto e basta.

Quante offese ho dovuto ricevere gratuitamente, soprattutto nell’adolescenza, non solo parole, ma anche gesti e poi le botte, che però, ho ricambiato perché io volevo vivere e volevo essere. Mi sono difesa e mi sono sempre fatta largo fin da piccola. Odiavo essere una vittima, ho sempre lottato, anche quando non serviva. Ma non ero una guerriera, non mi ci sono mai sentita, io volevo la pace, non la guerra, io ero una principessa!

L’offesa è un segno, un solco che mortifica, umilia, ti fa sentire sbagliata. L’offesa, anche dopo essere stata pronunciata, rimane come un’ustione sulla pelle che continua a bruciare a lungo. L’offesa non è una semplice parola che poi vola via, piuttosto è una cicatrice, spesso permanente, che come un tatuaggio, resta impresso sulla pelle della nostra anima.

La mia mente ha sempre ripudiato qualsiasi aspetto maschile del mio corpo, come se non fosse mio, come se non mi appartenesse. L’adolescenza è stata un incubo, il momento peggiore di tutta la mia esistenza. Avevo il terrore che mi crescesse la barba, che la mia voce cambiasse, che il mio fisico diventasse muscoloso, odiavo i miei genitali e mi chiedevo se al mondo esistesse un modo per fermare tutto ciò, mi chiedevo se c’era qualcun altro che era come me, mi chiedevo perché solo io, perché nessuna delle persone a me vicine mi capiva, perché nessuno poteva aiutarmi. Era un inferno, un incubo, una lotta contro il tempo, una lotta continua tra la mia mente e il mio corpo, da mattina a sera. Come avere un continuo e costante mal di denti, che non passa mai, in cui ti addormenti solo per sfinimento.

Ho affrontato un percorso durissimo in cui il rischio di perdere la ragione è stato altissimo. Ho avuto paura di impazzire tante volte, ho avuto paura della gente, ho avuto paura di me stessa delle reazioni che avrei potuto avere, ho avuto paura di non riuscire a farcela, ho sperato alcune volte, all’estremo, di morire.

Per fortuna non è successo, per fortuna mi sono rivolta a persone, esperti, psicologi, endocrinologi che hanno saputo guidarmi e aiutarmi.

A 19 anni ho iniziato formalmente il percorso di transizione verso il genere femminile, prima solo le sedute con la psicologa e poi, finalmente, la terapia ormonale. La terapia ormonale è stata una magia, come un incantesimo. All’improvviso il mondo intorno a me ha iniziato a chiamarmi come io sentivo da sempre di essere, usando pronomi femminili. Si, era tutto vero, agli occhi degli sconosciuti io ero una ragazza e la felicità che provavo in un attimo, almeno per un po’ ha cancellato tutti i miei mali. La felicità, tutti ne parliamo ma quella vera forse non tutti la possono provare. Io credo proprio di averla provata. Che sollievo, che gioia, ero finalmente felice.

La mia è stata una lenta e spesso ostacolata dagli eventi della vita, trasformazione in donna. Il percorso è stato lungo ed è ancora in atto. Si, sono ancora in transizione, lo sono sempre stata in realtà. Credo che non sia iniziata a 19 anni ma prima, molto prima forse a 4 o 5 anni quando la suora, all’asilo, mi chiese chi era quella bambina che spesso disegnavo e io le risposi che ero io. Lei, ridendo, mi disse che era impossibile perché io ero un maschietto e che se continuavo a dire quelle cose mi sarebbe caduto il pisellino! Ma magari, pensai io! La mia transizione è iniziata in quel momento perché già sapevo che un giorno sarei riuscita a convincere il mondo che io in realtà ero una femmina, e sarei stata riconosciuta come tale. Credo che sarò sempre in transizione verso una versione migliore di me.

Sono nata con una genetica che mi voleva maschio ma la mia identità è spiccatamente femminile e solo questo è sufficiente per rendermi una donna. Oltre la genetica, oltre la natura, oltre le credenze, al destino ( che manco esiste ), oltre agli usi e ai costumi, la mia identità è più forte. La mia persona, la mia anima, la mia voglia di vita, di felicità e di essere veramente ciò che sono hanno scardinato tutto ciò che sempre mi è stato presentato come infrangibile, invalicabile, inconfutabile.

Non ho cambiato il mondo, come sognavo di fare, ciò non è possibile, ma ho cambiato il mio ruolo agli occhi di esso, questo sì che si può fare… Ora mi chiamo Elena.

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