lo ‘stigma della sgualdrina’la storia di Catia

Catia ha 58 anni, vive in un Paesino dell’Emilia Romagna, ha una voce che squilla ma nel suo viso qualcosa tradisce la sua sua allegria, ha una tempra fortissima da sola gestisce un casale di campagna, gli animali non mancano e con loro il duro lavoro. Vive sola ormai da diversi anni, dopo che mi racconta, ha divorziato da suo marito. I suoi figli qui e lì l’aiutano come possono ma la fattoria la manda avanti da sola. Che il suo ex marito non è stato gentile con lei, Cinzia c’è lo ha scritto sui solchi del suo viso, tutto il suo corpo reagisce tirandosi in dietro mentre la sua mente spinge in avanti. Mi mostra con orgoglio la sua passione, i cavalli, mi spiega che ha dovuto vendere quasi tutto dopo il divorzio ma a costo di mangiare “pane e cipolla” i suoi cavalli li ha tenuti con se.

Cinzia parla di se senza importanza, spesso si auto denigra con frasi buttate li “Mah alla fine io non sono niente”, anche quando mi mostra i concorsi vinti con i suoi cavalli, l’orgoglio affiora ma sempre un po spinto in basso, la sua è una vita sotto voce, niente è messo in enfasi o risalto e le giornate passano nella convinzione di non valere niente. L’ex marito di Cinzia non l’ha mai picchiata e quando parlo di violenza con Cinzia lei si stranisce difronte al fatto che io usi questo termine con lei.

“Mi urlava sempre che io ero pazza e che non capivo nulla ogni volta che qualcosa lo infastidiva”

“quando eravamo con gli amici sempre a dire stai zitta tu che non capisci niente stupida”

“se qualcuno mi faceva un complimento lui si metteva a ridere e diceva che vuoi da questa qui manco a cucinare è buona”

“non avevo amiche sai solo una ma che vedevo pure poco, si vergognava di mio marito, e poi potevo uscirci solo se c’era lui, mi diceva che le puttane escono senza marito.”

Queste sono solo alcune delle cose mi racconta Cinzia che ha vissuto così per ben 25 anni,”che ne sai tu pazza” e “stai zitta” sono stati il suo pane quotidiano.

Il divorzio per giunta mi dice colta da una profonda umiliazione, lo ha voluto lui, mi tradiva da sempre mi confessa, dall’inizio del loro matrimonio. Cinzia lo sapeva e taceva, “quando ne ha avuta la possibilità mi ha scaricata”, Cinzia non si è sentita tradita per le donne che il marito frequentava o dalle costanti umiliazioni e violenze subite, ma proprio non riesce a farsi una ragione di come tanti anni di sottomissione e silenzio possano essere stati ripagati con l’abbandono.

Cinzia oltre ad aver subito per anni la Violenza psicologica da parte del marito , ha poi dovuto affrontare la cultura del pregiudizio attorno a se, perché quando un matrimonio finisce, la donna diventa “Puttana”. Ed eccoci difronte ad un fenomeno, quello del pregiudizio che ha tutte le caratteristiche di una violenza, l’idea che uomini e donne debbano rientrare in canoni sessuali socialmente accettati con comportamenti culturalmente condivisi è un fatto universale, che questo abbia in seno una componente discriminatoria di genere no.

Lo  “‘slut shaming’ lo ‘stigma della sgualdrina’ è l’atto discriminatorio, attraverso cui si colpevolizza o offende una donna, utilizzando come oggetto di offesa un comportamento di materia sessuale.

Questo stigma sociale, ha influito nella vita di Cinzia, la cosa che l’ha più ferita è che nonostante le sue sorelle fossero a conoscenza delle violenze che subiva quotidianamente, sono state loro stesse le prime giudici. Ancora oggi la ritengono la responsabile del fallimento del suo matrimonio e le battute scivolano lungo la sua dignità di donna,”a far le troie non ci si guadagna niente” le dicono quando lei lamenta la pesantezza del lavoro che fa per portare il pane in tavola. Cinzia non si sente libera di avere una nuova relazione, perché da lei dipende anche l’onore dei suoi figli, almeno così lei pensa sia giusto, perché suo figlio gli ha fatto capire molto chiaramente che se dovesse fare la “Troia” non lo vedrebbe più, il suo posto è a casa. Cinzia culla la sua “vedovanza” del silenzio nella sua fattoria, quando la saluto le dico un’ultima cosa, che dovrebbe mettersi in contatto con un centro anti violenza, li ci sono molte donne con cui parlare, che è un ambiente di sole donne dove può cercare di capire meglio cosa le è successo e cosa ancora le sta succedendo, mentre mi allontano spero che chiami il numero che le ho lasciato, perché cullo per lei una speranza, che la sua diventi una vita di parole decise “no io così non ci sto”.

A noi donne, che accettiamo di partecipare al discrimine nei confronti di un’altra donna anche solo verbalmente dico che siamo complici della nostra stessa posizione di vittime.


Allo specchio
 
La mia carne mi lacero
La strappo
Centimetro per centimetro
La afferro e la odio
Graffiante la verità
Mi guarda
Tu che non ti sei mai amata.

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