Romanticismo dei corpi

Quando ero ragazza e studiavo al liceo, se pur ero incline alla lettura e allo studio, quando c’era l’ora di letteratura un po mi annoiavo, qualche giorno fa invece mentre ascoltavo un documentario sul Romanticismo su Rai-Storia, una cosa detta durante il documentario mi ha subito fatto riflettere.

Parlando del Romanticismo, il movimento culturale arrivato in Italia più o meno attorno il 700, l’autore del documentario metteva in luce come questo movimento in arte ad esempio avesse come obiettivo, quello di superate i canoni estetici illuministici, canoni rigidi esportabili in tutto il mondo, che rendevano l’arte immediatamente riconoscibile, la bellezza come dato oggettivo, simmetrico, legale, riconoscibile, il Romanticismo invece diventa espressione dell’ irregolare, del soggettivo, il bello infrange le regole.

Ecco mi sono detta cosa ci serve un Romanticismo dei corpi! Il diritto di infrangere le regole, di oggettivare il soggettivo. Se il “bello” è ciò che riconosciamo, qualcosa di più alto è il “sublime”, ciò che va oltre (sublime (ant. sublimo) agg. [dal lat. sublimis (con la variante sublimus), comp. di sub «sotto» e limen «soglia»: propr. «che giunge fin sotto la soglia più alta»].) qualcosa che trascende e ci libera dalle forme di ingabbiamento sociale del nostro corpo innalzando un concetto più alto di libera estetica.

Avete mai sentito parlare di Vanity sizing? In pratica, si tratta di ridurre artificialmente le taglie degli abiti, per solleticare la vanità dei clienti. Il Vanity sizing si è diffuso moltissimo a partire dagli anni ‘90, quando il marketing si è accorto che i clienti erano più propensi all’acquisto se riuscivano ad entrare in una taglia “desiderabile” (e cioè più piccola). Tradotto dall’inglese,Il dimensionamento della vanità,in sostanza se pur aumentiamo di taglia o di circonferenza, preferiamo sentirci comode in una taglia più piccola, dunque le taglie vengono adeguate per aumentare il nostro livello di soddisfazione, allora mi sono chiesta ma perché vogliamo sentirci sempre più piccole? sempre più strette e imbrigliate dentro le maglie del mercato e dell’approvazione? Ancora una volta il nostro corpo diventa “oggetto” nelle mani del mercato, attraverso cui manovrare l’idea del “se”, impossibile negare la necessità di una standardizzazione dettata dalla globalizzazione, che fa si che un prodotto per essere consumato in larga scala debba rispondere a delle linee condivise e universali come ad esempio le taglie, ma quello che ci sfugge in questo processo è la schiavitù manipolatoria di cui il nostro corpo diventa oggetto e non soggetto. Se possiamo standardizzare una taglia ed un canone estetico, allo stesso modo possiamo standardizzare un’esistenza? In questo senso il rischio che corriamo non è quello di cadere nell’alienazione dell’esistenza.

L’identità. Questa nozione che, come quella di individuo, nasce all’interno dell’antropologia occidentale perché, prima dell’Occidente e a fianco dell’Occidente, l’individuo non riconosce la sua identità ma solo l’appartenenza al gruppo con cui si identifica, dipende, come ci ricorda Hegel, dal riconoscimento. Solo che, mentre nell’età pre-tecnologica era possibile riconoscere l’identità di un individuo dalle sue azioni, perché queste erano lette come manifestazioni della sua anima, a suo volere intesa come soggetto decisionale, oggi le azioni dell’individuo non sono più leggibili come espressioni della sua identità, ma come possibilità calcolate dall’apparato tecnico, che non solo le prevede, ma addirittura le prescrive nella forma della loro esecuzione. Eseguendole, il soggetto non rivela la sua identità, ma quella dell’apparato, all’interno del quale l’identità personale si risolve in pura e semplice funzionalità. (Cfr. il capitolo 49: “La funzionalità come forma dell’identità” Umberto Galimberti.)

Io la chiamo riprendendo Galimberti “funzionalità dei corpi”, il soggetto è privato della sua identità che viene rei-iscritta nel “corpo funzione” e non “casa”, nella casa io vi abito dentro e ne sono il proprietario, se il mio corpo perde questa dimensione simbolica del rifugio, del nucleo inteso come socialità condivisa, di intimità e stabilità , il rischio del corpo funzione è quello perdere la complessità dei sui significati e di venire oggettivato e dunque asservito.

La schiavitù del peso può passare silenziosa attraverso molte azioni del quotidiano che con il tempo possono alimentare ansie e insicurezze, lasciando da parte la parte definita “patologica” che richiederebbe una analisi a se, io voglio focalizzarmi su quello che riteniamo “normale” ma che in qualche modo ci influenza quasi quotidianamente senza che c’è ne accorgiamo. Dai dati Istat 2019 risulta ad esempio che, le donne che si misurano almeno una volta a settimana, sono circa il 24,8% se in sottopeso, 26,7% in normo peso, circa il 24,6 in sovrappeso e 25,6% in obesità, ovviamente gli stessi dati rapportati a gli uomini sono nettamente inferiori, andiamo dal 14,2% di chi è in sottopeso fino ad un massimo del 21,3% per chi è definito obeso dalla ricerca. Questi dati mettono in luce in prima battuta che il problema del peso è ovviamente più sentito per le donne che per gli uomini, che sentono in percentuale minore la necessità costante di verificare settimanalmente la loro taglia, ma la cosa che mi è subito balzata a gli occhi è il 26,7% di donne in normopeso che sentono maggiormente la necessità di misurarsi almeno una volta a settimana rispetto a chi è in sovrappeso, le vite a dieta sempre sul chi va là. Dando un’ ulteriore sguardo ai dati sul peso, emerge un altro dato rilevante, guardando al mondo del lavoro, sempre dati Istat, nella fascia normopeso troviamo tra chi è in cerca di lavoro, per il 57,4% donne e per il 40,1% uomini, mentre tra i lavoratori autonomi donne in normo peso 59,9% uomini 40 %. Dunque le donne salgono sulla bilancia in media molto più degli uomini, preoccupandosi molto più degli uomini anche nell’ambito del lavoro di non essere in sovrappeso, quindi in quella sfera “dell’immagine di se” le donne sono più motivate a non sconfinare in una taglia 44/46. Se siamo brave e belle meglio.

Ma chi ci motiva così tanto al punto di vivere sulla bilancia? al punto di farne una ossessione? Tra gli argomenti che guidano l’odio in rete il 21% riguarda l’orientamento sessuale, 15% le relazioni, 21% la politica, il 21% l’etnia e il 28% la percentuale più alta l’aspetto fisico, questo dato credo sia molto rilevante. Molto spesso nei racconti che mi vengono riportati una delle cose su cui spesso si fa leva psicologica per umiliare la donna è proprio l’aspetto fisico.

Sei una grassona.

Non sono qui a suggerire di non stare attenti alla propria salute, o a proporre una rivoluzione al contrario che ci ingabbi ugualmente in un corpo sociale più che individuale, ma vorrei che fossimo libere, di decidere di dimagrire perché ci va, di mangiare non sentendo il peso del giudizio, di decidere se una taglia è appropriata alla nostra “casa” senza dover ogni giorno difendere le proprie scelte.

Il tuo peso non deve essere ostaggio del ricatto, l’insulto rivolto al tuo corpo non riguarda la tua taglia o forma fisica, è una forma di violenza verbale con radici più profonde. Non sei sbagliata è chi usa il tuo corpo per ferirti ad esserlo. Questo riguarda l’ambito della violenza come fenomeno di genere ma anche tutte le donne nel proprio quotidiano.


Giudicanti
 
Sola
sfatta
derisa
sei puttana.

Amore
odio e dolore
sorridono le compagne
ti guardano
sordidi gli sguardi ti giudicano.
 
Dall’ano
dal basso ventre arriva la creazione
tu senti
tu vivi e non guardi
non giudichi e sorridi
la sensazione è brio di molesti pensieri.
 
Io adorato
io di mille notti e vie dorate
finalmente vivi nei miei desideri e inganni
creatrice e puttana mi sento e godo di mille
e mille io.
 
Tu giudicante ingrato della tua creazione
ingrato della tua radice
Tu che non senti la tua vorace assenza
Tu che nel tuo vivere lento e incompleto
non vuoi volere e godere
senza inganno candore e desiderio
muori al mio cospetto.
 
Si tu giudice della morte
delle passioni
muori sulle note del notturno
chinando la testa e mordendo la coda.
 
Io non ti invidio
ti derido al cospetto del mio dolore incompreso.

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