Cadere sulle buone intenzioni

Pochi giorni fa in un altro intervento ho affrontato il tema delle lacune professionali, che possono in qualche modo ledere più che far bene ,anche se con le migliori intenzioni, alle vittime di violenza. Questo ne è un esempio lampante. Se pur non metto in discussione la volontà di far bene, alla giornalista in questione, critico le modalità con cui il servizio è stato condotto.

Il servizio parte mettendo in luce un dato molto importante, l’aumento delle richieste di aiuto da parte di donne, che vista la quarantena, si sono trovate faccia a faccia 24 ore su 24 con i propri maltrattanti, e fin qui l’obiettivo di mettere in rilevanza ciò per sensibilizzare all’argomento è sicuramente un obiettivo nobile. Ma non appena la giornalista si improvvisa operatrice qualificata tutto l’impianto del reportage crolla. Per quali motivi?

  • la vita di queste donne è già precaria tra vita e morte probabilmente già così com’è. La giornalista si è chiesta l’impatto che può avere sui mariti o compagni a casa, vedersi in TV? Si è chiesta nel caso della donna con il flauto, come il marito ha potuto reagire nel vedersi accusare in rete nazionale? Credo che l’epilogo possa essere a tutti chiaro ed immaginabile. La giornalista ha messo in pericolo la vita di questa donna.

  • Il processo di AUTOCONSAPEVOLEZZA che porta una vittima di violenza alla denuncia, o all’allontanamento dal maltrattante, è lungo e pieno di strade in salita, doloroso, che abbraccia aspetti complessi che solo un team di PERSONE QUALIFICATE può affrontare. La giornalista minimizza la questione, pensando sempre credo in buona fede, che una telefonata possa cancellare anni di soprusi sul corpo e sulla psiche. Ancora una volta mette a rischio la vittima, che potrebbe non saper gestire la situazione ritrovandosi sola con il maltrattante e senza gli strumenti giusti per reagire. Ad esempio? Non ho mai sentito la giornalista dire a una delle due vittime di chiamare il 1522 se si sentissero in pericolo.

  • CHIAMARE QUESTE DONNE IN EMERGENZA SENZA UNA PREPARAZIONE ADEGUATA METTE A RISCHIO LA VITA DELLE DONNE STESSE. UNA PREPARAZIONE ADEGUATA OFFRE, GLI STRUMENTI PER LEGGERE TRA LE RIGHE I CONTENUTI DELLE TELEFONATE, E LA MESSA IN OPERA DI PROTOCOLLI PER GESTIRE LA SITUAZIONE.

  • La giornalista chiede alla vittima CHE TIPO DI VIOLENZA STA SUBENDO E HA DELLE ASPETTATIVE RISPETTO AL RISULTATO DI UNA TELEFONATA FATTA SENZA STRUMENTI. Il percorso erroneo di interpretazione misto ad aspettative individuali, passa un messaggio assolutamente sbagliato, che le donne preferiscano rimanere in quella situazione più tosto che denunciare. Il servizio non volutamente accentua un pregiudizio, che se rimani è un po colpa tua. UN PROFESSIONISTA QUALIFICATO AVREBBE ELENCATO LE MILIONI DI RAGIONI PER CUI RESTARE E’ UN MODO DI SOPRAVVIVERE, ma questo va fatto affrontando l’argomento tecnicamente non per giustificare un comportamento errato e lesivo, quello della giornalista.

Potrei continuare questo elenco, ad esempio quando la giornalista si è un po arrabbiata per il mancato riscontro da parte della seconda donna, ha dato il peggio di se, ti chiamo a casa, ti chiedo dal nulla che vita hai e mi aspetto che tu cancelli anni di soprusi, sento di aver fatto il mio lanciando un sassolino nel mare e mi incazzo pure se non mi segui. Che ne sappiamo noi di questa donna? nulla!

Veronica Ruggeri hai messo a rischio la vita di queste donne. Ci sono dei protocolli e delle persone qualificate ad accogliere le vite delle vittime di violenza. Dal tuo servizio io ho capito solo una cosa,che sull’argomento sei ancora impreparata, con questo non ti giudico, anzi prendo le tue buone intenzioni, ma prima di muoverti sulle vite scarnificate di queste donne, avevi quanto meno come giornalista, l’obbligo di chiedere aiuto per un buon servizio a chi di questo fenomeno ne ha fatto la sua vita e professione. Non sono io quella persona ma come vittima che fa i suoi passi sulla via della consapevolezza ti dico mi hai indignata.

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