Divorzio da te

Anita è una ragazza socievole, sempre sorridente, piena di energia, appena ci incontriamo sembra conoscermi da una vita, a ruoli invertiti è lei a farmi molte domande, vuole capire chi sono e perché voglio raccontare la sua storia.  Anita è giovanissima, ha circa 28 anni, ha due bambini avuti in età molto giovane con quello che li chiama “lo str.” , personalmente non amo usare le “parolacce” mi trovo sempre in difficoltà di fronte a chi le usa con frequenza, ma Anita lo fa per esorcizzare il suo passato e sempre con il sorriso fra i denti, quasi a voler raccontare una storia divertente non una tragica. Anche la sua precarietà nel lavoro, me la descrive con semplicità, come se il problema di portare il pane in tavola tutti i giorni non fosse tale, ma solo una condizione normale che affronta da molti anni, come se la vita non possa darle altro è così e basta Anita va avanti. Non vedo crepe mentre mi parla e questo mi sembra starno, c’è sempre un momento in cui le emozioni prendono il sopravvento, in cui ognuna di noi non riesce ad arginare tutto quello che è successo, Anita forse piange a casa da sola.

Anita ha conosciuto il suo ex marito molto presto a 17 anni, un ragazzo del paese, il “bello maledetto” mi dice, tutte le ragazzine lo volevano, lui allora le trattava male le compagne del liceo, perché tanto poteva avere chi voleva compresa Anita. Dal racconto di Anita non è chiaro se la prima volta con Antonio sia stata consensuale o meno, ma io credo di no.

Anita mi racconta che tutto è accaduto nei bagni della scuola, durante la pausa per le ore di recupero, non erano da soli, dei compagni hanno mantenuto le porte chiuse per paura che qualcuno li potesse scoprire. Il giorno dopo tutta la scuola sapeva cosa fosse successo e Anita non sa come e perché di li, quasi senza aver mai parlato, Anita e Antonio erano fidanzati.  A sentirla così mi sembra di essere catapultata in dietro di 60 anni a quando un uomo poteva per avere una donna prenderla con la forza e chiederla a “diritto” in matrimonio dopo averla stuprata. 

Anita non si è mai ribellata, non ha mai detto io non voglio stare con lui, la sua famiglia è molto osservante, la madre va in chiesa tutti i giorni e alla TV la messa del papa la domenica è un appuntamento fisso, se Anita si fosse ribellata avrebbe dovuto spiegare che la sua verginità era compromessa e così la sua reputazione, anche perché 9 mesi dopo è nato il suo primo figlio.  Lo “str” lei lo ha sempre visto come un estraneo, ha sempre saputo che l’amore era un’altra cosa.

 “forse gli ho voluto bene ma non l’ho mai amato, a 17 anni però non sapevo la differenza tra le due cose e poi avevamo un figlio in arrivo”.

Antonio aveva un padre che spesso faceva commenti volgari sulla fisicità di Anita, e più di una volta a tavola le ha proposto di mettersi più scollata, tanto si era in famiglia. Antonio lavorava saltuariamente come tecnico, quindi per anni hanno dovuto vivere nella casa con i genitori di suo marito. Quello che mi racconta Anita è un inferno, Antonio era sempre più un “estraneo” per lei, tornava a casa tardi spesso dopo essere stato al bar almeno due ore, dove beveva molto, non la portava mai da nessuna parte e il bambino a malapena si accorgeva ci fosse. Lei era rinchiusa, priva di mezzi, in questa casa dove ogni giorno si difendeva dalle vessazioni del padre di Antonio, convinto che Anita fosse poco più che una bambola del piacere. Una volta mi racconta è venuto da me con il cellulare in mano e un video porno acceso, mentre allattavo il mio bambino, chiedendomi se facessi le stesse cose con suo figlio. In tutto questo Antonio era al bar a bere con i suoi amici, se Anita si fosse lamentata lui subito la avrebbe offesa, è colpa tua sei tu che ti vesti come una poco di buono.

Le cose sono precipitate tre anni dopo, quando finalmente Antonio e Anita vanno a vivere da soli, una piccola casa nel centro storico, così Anita poteva a piedi fare le sue commissioni, perché era nuovamente in cinta e Antonio era sempre via.

Sai, mi dice Anita, pensavo che il padre di Antonio fosse un pericolo per me e il mio bambino, ma poi mi sono di colpo resa conto che padre e figlio non erano diversi. Infatti Antonio ha iniziato a poco a poco, prima con piccole spinte, poi con qualche schiaffo, fino ad arrivare a minacciare Anita con la pistola quando tornava ubriaco, tutto di fronte ai bambini, spesso la costringeva ad avere rapporti dove capitava, il più delle volte con i bambini nella stanza. Anita ancora oggi non si perdona per questo, anche quando le chiedo come avrebbe potuto fare a sottrarsi con un’arma che la minacciava. Questa situazione è andata avanti per anni fino a che Anita ha deciso di divorziare.

Anita ha deciso di Divorziare non di denunciare, questo tema è molto ricorrente nelle storie che mi vengono raccontate, molte donne come Anita, che non si affidano ad un centro antiviolenza, ma ad un avvocato spesso civilista, non comprendono l’importanza e la portata del gesto che hanno scelto di fare, dire basta, decidere di allontanarsi dal maltrattante. Le conseguenze di questa decisione sono spesso drammatiche e cariche di eventi che mettono a rischio la vita di chi ha deciso di interrompere il rapporto, ma molto spesso mi capita di parlare con donne che sono lontane dal comprendere i rischi che corrono, d’altronde hanno vissuto una vita piena di traumi, la loro presunta libertà gli sembra essere già il punto di arrivo. Non le biasimo al contrario le ammiro, decidere da sole di mettere tutto dietro di se richiede una grande forza, ma questa libertà è in molti casi illusoria e piena di rischi. Quando questa decisione viene presa, una figura professionale, dovrebbe essere preparata ad accogliere la storia di violenza che le viene riportata facendo un passo in dietro, dovrebbe avere ben chiaro che ci sono figure qualificate per accogliere vite come quella di Anita, figure con le quali collaborare per assicurare ad Anita di poter scegliere di dire basta in sicurezza. Ma il più delle volte questo non avviene, e come nel caso di Anita, queste donne restano sole a gestire una situazione che potrebbe metterle in serio pericolo e portarle alla morte.

Rimango sempre sorpresa, che gli avvocati stessi, spesso non “comprendano il REATO di fronte al quale si trovano” e che con le loro assistite si ritrovino a parlare di alimenti per i bambini e non di DENUNCIA DI REATO PER VIOLENZA. Infatti Anita mi parla di quanto sia preoccupata che Antonio chieda l’affidamento congiunto, anche perché lui spesso va sotto casa sua ubriaco a urlarle dietro che si riprenderà il bambino e che lei deve morire, dice che quando la causa per gli alimenti finirà forse lui la smetterà, ma i dati non sono dalla sua parte e Anita non ha la minima presa di coscienza che quello che sta vivendo ha il nome di REATO, ovvero  è un fatto giuridico umano (commissivo od omissivo) vietato.

Queste storie tutte così uguali e ognuna così intimamente diversa mi hanno portata a riflettere su questa costante che spesso emerge dai loro racconti, e cioè un vuoto importate nel processo di AUTODETERMINAZIONE di queste donne, il fatto di non essere a conoscenza dei propri diritti, di non avere un supporto adeguato per riconoscere la situazione in cui ci si trova.

Credo fortemente ci sia la necessità di un protocollo, uno strumento condiviso e istituzionalizzato, che permetta alle vittime di avere le informazioni necessarie per un percorso di consapevolezza legislativa. Nel momento in cui c’è un femminicidio, ma non vi è una denuncia, la “colpa” anche se sottintesa, ricade a livello condiviso sulla vittima che non ha denunciato. E se la questione invece fosse un dovere civile anziché individuale? Con questo non voglio dire, che l’epilogo criminoso debba essere attribuibile ad una figura professionale anziché a chi lo ha commesso, ma sostengo che è responsabilità del professionista dover dare attraverso un protocollo l’assistenza necessaria affinché la vittima venga messa in contatto con le figure adatte, per la sua messa in sicurezza, in questo caso le figure dei centri antiviolenza.  A questo punto la responsabilità diventa a un gradino più alto istituzionale, perché se pur è vero che ci sono professionisti che per sensibilità personale già metto in atto una qualche strategia in merito, devono essere le istituzioni a creare un protocollo condiviso istituzionalmente, che mette le professioni che possono entrare in contatto con questo tipo di vittime, nelle condizioni di avere delle direttive e una formazione adeguata. Allora mi domando se questo avviene per gli operatori sanitari, ed altre figure come le forze dell’ordine, cosa stiamo aspettando per farlo anche con la categoria degli avvocati civilisti? Quasi tutte le cause per violenza fisica, domestica, psicologica, assistita, hanno in sé un corpo civile, ma prima è necessario l’intervento di un centro antiviolenza o persone di competenza che valutino l’aspetto penale della questione. Una vittima di violenza dovrebbe venire a conoscenza dei suoi diritti a prescindere da quale via legale sceglie per dire basta, ad esempio Anita con un reddito molto basso, potrebbe avere diritto di accedere al Fondo delle vittime dei reati intenzionali violenti se decidesse di denunciare, quando glie lo faccio presente mi guarda come se avessi detto una fake news, nessuno si è mai occupato di lei, possibile che voglia farlo lo stato? E poi io sono una canta storie che ne posso sapere!

Prima di lasciare Anita, che nel frattempo non ha mai smesso di sorridere, le lascio scritto su un foglio di carta un numero:

1522

Il 1522 è un servizio pubblico promosso dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le Pari Opportunità. Il numero, gratuito è attivo 24 h su 24, accoglie con operatrici specializzate le richieste di aiuto e sostegno delle vittime di violenza e stalking.

Le dico che se il suo ex marito dovesse tornare a minacciarla sotto il suo balcone dovrebbe chiamare subito, Anita mi sorride e mi saluta, forse non sono stata troppo efficace nel trasferirle le 100.000 mila cose e fattori che concorrono a fare di lei una vittima e ai rischi che corre, non è il mio compito, ma un dovere sento di averlo, trasferirle quanto più posso informazioni che le potrebbero salvare la vita.

Ciò che mi spaventa non è la violenza dei cattivi; è l’indifferenza dei buoni.

Martin Luther King

Vieni a trovarmi sulla mia pagina Facebook

Senza categoria

2 Comments Lascia un commento

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: