La storia di Silvia

Silvia è fragile, ha una voce decisa, a guardarla da fuori crederesti che conquisti il mondo solo con gli occhi ma Silvia è spezzata. Si impegna con tutta se stessa perché nessuno la veda la sua vita spezzata, ma in tanta solitudine Silvia si rompe e piange. Quando la incontro è come se io mi piegassi con lei, penso che non dovrei lasciarla parlare, ho paura di non riuscire a ricomporla, ma Silvia mi dice “ne ho bisogno… tutti pensano che una come me può superare tutto…non è vero”.

Silvia ha più di 40 anni, ora ha un “buon” compagno, non le fa mancare nulla, prima però è stato difficile. Quanti tradimenti, quanti uomini anno abusato del suo desiderio d’amore, uno mi dice “mi tradiva con la mia migliore amica, quando l’ho scoperto mi ha confessato di amarla, ho pensato subito di non valere niente”. Però una come Silvia si rialza, tutti se lo aspettano, e così un po per non deludere un po per se stessa Silvia ci riprova più determinata di prima.

Le storie che ha vissuto Silvia quasi non se le ricorda più, tutte l’hanno frantumata pezzo per pezzo, come cannibali hanno tenuto per loro una parte di lei. Il tradimento era diventata una cosa di cui non occuparsi più ad un certo punto, se questo è il meglio che si può avere si diceva a se stessa. Però Silvia non amava con meno intensità, lei in tutte le sue storie amava come fosse l’ultima e la prima. L’ultima perché sentiva sempre di essere in prestito, che prima o poi l’avrebbero delusa.

Silvia piange ” sento che mi hanno rubato il giusto tempo”, quello per fare i figli e fare dei progetti, le sue amiche le dicono che non deve avere dei figli per forza, che le basta la carriera, che non deve farsi prendere sotto da quello che deve, ma lei vuole. Quasi me lo dice con vergogna, come se un suo capo in agguato possa sentirla, come se solo il desiderio le faccia perdere il posto di lavoro come in un incubo.

Tutte le sue fragilità nascoste Silvia le ha costruite una delusione dietro l’altra, un boccone amaro dietro l’altro, una perdita dietro l’altra. Me lo racconta solo alla fine del nostro caffè, ha perso tanto e lo sa, ma ad una perdita non riesce nemmeno a dare un nome, il suo viso si contrae e io sento che in quel momento sta trattenendo tutto, il respiro, lo stomaco, la voce.

“mi vergogno quando ne parlo, perché per tutti il dolore dovrebbe già essere passato, mi capisci?”

Ti capisco Silvia, tutti insistono a gracchiarti dietro come dovresti sentirti, ma non perché tu debba avere un tempo per il dolore, ma perché loro hanno un tempo per stare zitti. E’ più facile importi di stare bene che male, perché del dolore quasi nessuno sa cosa fare, il dolore implica la cura, e io ho sempre più la sensazione, che oggi nessuno ha più voglia di “occuparsi”, se si occupassero di te dovrebbero prendersi un po del tuo dolore con se. Io oggi prendo un pezzettino del tuo dolore lo porto con me, lo macino e lo pesto e ci faccio una poesia, per te e per il tuo piccolino mai nato.

Pianto senza fine
 
Ti ho tanto desiderato
Di colpo si lacera la speranza
Di colpo muore un feto.

Soffriamo e piangiamo
Rimetto in una scatola
Una speranza.

Al buio tanto dolore
Pianto senza fine.

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4 Comments Lascia un commento

  1. Il lutto perinatale è ancora purtroppo un tabù, un argomento di cui non si parla. L’assenza di riconoscimento sociale del dolore e l’impossibilità di condivisione rendono ancora più straziante un lutto che, in situazioni come quella di Silvia, rimane intimo e sospeso. Scriverò anche io un articolo sul tema nelle prossime settimane perché parlare dell’argomento è l’unico modo perché donne come Silvia possano finalmente legittimarsi quel dolore e magari condividerlo.

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    • Dottoressa infatti il mio articolo ha in se la condivisione come aspetto della cura. Non tratto troppo i temi con un linguaggio tecnico specifico, volutamente, il blog ha l’obiettivo di raggiungere tutte, anche chi potrebbe avere una difficoltà nel comprendere i tecnicismi. Ho scelto la via delle emozioni. La ringrazio per il suo contributo in attesa del suo articolo le auguro buon lavoro.

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