Le Tabacchine del Salento

E’ il momento del rientro dai campi. La sfilata dei più derelitti. Le donne, anche le più anziane , camminavano dritte con la testa seppellita sotto carichi leggeri ma voluminosi di erbe secche o di fasci di foglie di vite; spingono avanti a se un mulo che sparisce anch’esso sotto le fascine che fanno vacillare le sue fragili zampe.

Le donne non cavalcano mai le loro bestie, gli uomini sempre. Molto spesso si scorge, lungo le strade, una donna giovane portare un’enorme tinozza di biancheria che ha appena sciacquato nel fiume, lontano alcuni chilometri. Accanto a lei un uomo, giovane, [..]. Società patriarcale; Talora è a dorso d’asino,lui! l’uomo vi è padrone e si crederebbe disonorato se portasse un fardello qualunque.

Maria Brandon Albini in CALABRIA

Il contributo di Maria Brandon Albini sulle condizioni di vita del meridione è profondo, lungimirante per una donna nata nel 1904, di queste donne che leggono con chiarezza i limiti del tempo in cui vivono, mi piace raccontare la storia, perché attraverso la loro non così scontata lucidità difronte all’ingiusto io rivedo il mio tempo, non così diverso non così lontano da quello di Maria.

Quando ci racconta in questo libro stupendo, le sue peregrinazioni nei paesi della Calabria, emerge una donna capace di camminare da sola dove sola non è previsto, capace di guardare gli occhi stanchi di donne che sentono l’ingiustizia sulla pelle senza voce. Maria fu una dei maggiori esponenti degli studi meridionalistici del secondo dopoguerra, quindi una pioniera, donna emancipata. Seppure il libro in alcuni tratti porta i segni degli anni in cui fu scritto, mi colpisce come l’autrice spesso colga la condizione sfavorevole e avversa delle donne del sud.

Le calabresi sono realmente guardate a vista dagli uomini, fratelli, padri, mariti..Non c’è una sola operaia. D’altronde sono molto criticate e sospettate di essere “facili” semplicemente perché osano guadagnarsi la vita.

Calabresi siamo noi, donne del 2020 ancora fortemente abbracciate da un patriarcato dei ruoli, una radice forte, stringente, che ci ha impregnate di “normalità”, piccoli gesti quotidiani, impercettibili che ci scavano dentro senza lasciare spazio alla riflessione, perché la quotidianità ne assorbe il significato.

In una pluridimensionalità di ruolo, ci dimeniamo tra il lavoro, la casa e i figli, non chiediamo aiuto, perché è giusto così, dobbiamo dimostrare di saper far tutto, in fondo noi siamo donne “Multitasking” gli uomini no. Sul lavoro dobbiamo dimostrare di esserci guadagnate il diritto al ruolo. Dall’altra parte la responsabilità del “focolare domestico” ci stringe, è vero sono sempre di più gli uomini che si occupano delle faccende domestiche, ma non perché ci sia un sano equilibrio della distribuzione delle responsabilità e gestione delle faccende quotidiane, nella maggior parte dei casi, l’origine di questo cambio generazionale va ricercato molto più in profondità, in un nuovo fenomeno che riguarda il numero crescente di single che non creano relazioni stabili prima dei 40 anni, e altre spinte culturali che qui non toccheremo. Gli uomini lo fanno per necessità le donne per attribuzione di ruolo, una medaglia immeritatamente appuntata sul vessillo della “brava donna”.

Allora guardando al passato mi salta all’occhio una pura questione linguistica che riassume il tentativo di sminuire, normalizzare e “quotidianizzare” le pratiche di cura della donna o le gesta da lei compiute, non meno importanti rispetto a quelle di uomo.

Mi vengono in mente esempi come le Mond-ine, “mondare” dal verbo pulire, perché utilizzare il diminutivo -ine per un lavoro durissimo,in condizioni pessime e retribuzione ovviamente inferiore a quella degli uomini? Cosa è un diminutivo? “In grammatica, che conferisce a un nome, a un aggettivo, o a un avverbio una riduzione quantitativa del significato sia proprio che figurato“. Pulire o mondare cosa vuoi che sia?

Per rimanere al Sud potremmo parlare delle Tabacch-ine di Lecce. La storia della coltivazione e lavorazione del tabacco in Salento ebbe origine nel 700 e diede la spinta per la Manifattura Tabacchi del Salento Leccese. La produzione del tabacco coinvolgeva intere famiglie che dipendevano da essa. Il lavoro veniva svolto quasi esclusivamente dalle Donne sia nei campi che per la lavorazione delle foglie, le donne avevano mani più piccole e adatte a tale compito. Le condizioni di lavoro erano proibitive e non mancava la componente degli abusi psichici e fisici. Nonostante il diminutivo attribuito di Tabacch-ine come un fronte compatto nonostante tutto furono queste donne a scendere in piazza per difendere le terre e il lavoro, fino alla manifestazione che si ebbe nel 1925 a Trepuzzi, quando più di 500 donne sfilarono per le vie del paese, alcune di loro persero la vita. Allora ancora una volta il diminutivo -Ine un po mi fa pensare e stride.

Oggi è primo maggio, siamo in emergenza Covid 19, siamo chiuse in casa, molte di noi devono difendere il loro rientro al lavoro, molte di noi riflettono sui ruoli di madre e lavoratrice, cercando con se stesse un equilibrio che non ci faccia dubitare e oscillare tra una scelta più tosto che un altra. Tutte noi, indipendentemente dal percorso di vita fatto, lavoriamo quotidianamente per l’autodeterminazione, chi lo fa senza accorgersene e chi lo fa con consapevolezza, chi ancora non è pronta a questo parolone di cui anche io non comprendo fino in fondo il significato, anche se lo rileggo più volte mi sfugge sempre qualcosa: “L’atto con cui l’uomo si determina secondo la propria legge: espressione della ‘libertà’ positiva dell’uomo, e quindi della responsabilità e imputabilità di ogni suo volere e azione”.

„La nostra dignità di persone deriva dalla nostra capacità di riflettere e di scegliere, cioè dalla nostra capacità di autodeterminazione e dal fatto che quindi siamo responsabili della nostra sorte. Quando si parla di dignità umana, ci si riferisce a questa responsabilità di decidere autonomamente.“ —  Michael Novak scrittore, filosofo, diplomatico, giornalista 1933

L’Italia è il paese più sessista d’Europa, dove gli stereotipi di genere restano radicati, dove lo stato è meno presente per le politiche a sostegno, quindi quando parlo di Autodeterminazione non confondiamo questa parola con lo slogan del tipo “ognuno è padrone di se stesso” o “sei artefice del tuo destino” quella che amo di meno o odio di più ” se vuoi puoi”, non sempre puoi, non sempre è tutto in salita, però credo nella forza del sostegno e della coesione. Contro il diminutivo -ine per le grandi imprese Buon Primo Maggio!

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