Oltre la notte

La voce si arrende

Con una mano la pesti

Nel mortaio solo una poltiglia

Prepari una torta amara

E la ingoi.

Spesso mi trovo a pensare a tutte quelle cose che vorrei dire ma che mi rimangono ferme in gola, in quei momenti mi sento estranea a chi mi sta difronte, come se non ci fosse nulla che possa avvicinarci. Quello che più fatico a raccontare è il dolore, per quello tutti mi dicono “sei sempre così sorridente” “sembri sempre così felice”, la distanza aumenta e io mi sento sempre più dentro un “guscio di lumaca” come Adriana Zarri, una dimensione di isolamento in cui sto bene, sono protetta da tutto quello che avrei da dire, da tutto quello che mi è passato addosso.

Spesso in gola ci rimane una vita intera, molte volte mi capita di leggere negli occhi quello che con alcune donne condividiamo nella gola, come se nella resistenza avessimo sviluppato un codice per leggere oltre il guscio ed è qui che si svelano le vite “dietro”, dietro l’interpretazione, dietro l’indifferenza, dietro la mancanza di empatia, dietro il disinteressamento. Sui giornali mi capita di leggere commenti di giornalisti assenti e ciechi al verbo perdere, perdere la vita, che commentano così una vita a guscio: “dal profilo Facebook la coppia sembra così felice” oppure ancora “la coppia doveva sposarsi nessuno ha mai notato niente”, come se il silenzio fosse una forma di assenso della vittima che rende la perdita della propria vita un fatto inspiegabile da ricercare con altri codici, non quello del femminicidio fenomeno dai numeri spaventosi . Quello che perdiamo in queste frasi cieche è il REATO.

Se perdessimo una persona cara perché un giorno un uomo entra armato in un supermercato e spara, non ci vergogneremmo di raccontarlo, non andremmo ad indagare la vita privata della vittima, o se lo facessimo mitigheremmo forse alcune cose difronte al dolore, al lutto, alla tragedia della morte di chi ha subito. Non avremmo dubbi sul REATO commesso. Quando a perdere la vita è una donna dentro le mura domestiche, la prima cosa che indaghiamo è la vita privata. Perché? c’è una morte “privata” che non merita la stessa giustizia? Se passeggio e un estraneo mi picchia senza motivo per strada è subito REATO, se a farlo è una persona che amo il reato va DIMOSTRATO. Perché? Perché siamo state vittime silenziose, con le vite in gola per molto tempo, per generazioni intere.

Quando si è al mondo da poco è difficile capire quali sono i disastri all’origine del nostro sentimento del disastro, forse non se ne sente nemmeno la necessità. I grandi, in attesa di domani, si muovono in un presente dietro al quale c’è ieri o l’altro ieri o al massimo la settimana scorsa: al resto non vogliono pensare. I piccoli non sanno il significato di ieri, dell’altro ieri, e nemmeno di domani, tutto è questo, ora: la strada è questa, il portone è questo, le scale sono queste, questa è mamma, questo è papà, questo è il giorno, questa la notte.

Elena Ferrante in L’amica Geniale

Questa spero sia una generazione che va altre la notte, del basta con il silenzio, basta accettare passivamente la normalizzazione della violenza, nei giornali, con gli amici, con i parenti, con se stessi. Non siamo partigiane, non siamo sotto le bombe, ma non abbiamo una guerra meno difficile da combattere, sradicare generazioni di parole, di gesti, cambiare la cultura così come ci abbraccia e ci fa sentire, corresponsabili dell’atto violento solo perché abbiamo amato.

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