Le “Tarantate”

Estate del 59 Ernesto De Martino, un grande Etnologo italiano, assieme ad una équipe, inizia un lavoro etnografico, in quella che poi verrà chiamata la “Terra del rimorso” il Salento, in particolare il suo lavoro si concentra sui “Tarantati”, uomi e donne morsi da un ragno che grazie alla danza curano il corpo dal veleno della Tarantola. Il 29 Giugno dai vari paesi del Salento nella città di Galatina, i “tarantati” raggiungono la cappella di San Paolo, per ringraziare il santo della loro guarigione.

Perché questa è soprattutto una storia al femminile? E’ una storia di dolore e rinascita, se a subire il “morso della Tarantola” non sono solo le donne, le donne saranno quelle che maggiormente ricorreranno a questo “rito” e alla danza come “strumento di cura”. Come ci spiegherà poi Ernesto De Martino, lasciandoci un gran contributo Antropologico, in realtà la funzione della danza era quella di curare l’animo e non il corpo.

Queste nonne o bisnonne o per alcune mamme, che ora vediamo un po accasciate su una poltrona nella casa dei ricordi d’infanzia, sono le donne del dopo guerra al sud, instancabili piegate dal duro lavoro dei campi, in un sud povero, senza diritti politici e sociali, escluse dall’istruzione elementare. Sole e senza supporto, non disponevano di libertà, non avevano diritto al voto, non decidevano loro della propria dote, erano donne che vivevano tra miseria e indifferenza e per questo donne forti, grandi donne.

In questo contesto anche la malattia mentale per una donna era una prigione, una prigione di privazioni ingiustizie e crudeltà, cosa succedeva quindi se ad un certo punto non c’è la facevi più, se ti sentivi schiacciata? come lo stesso Ernesto de Martino ci dice: “Un uomo immerso nella precarietà e nella contingenza non potrebbe sopravvivere se non dispone di una forma protettiva”. Per queste donne la danza diventa allora la cura, uno spazio dove esprimere il proprio disagio, uno spazio culturalmente accettato, dove perdere l’equilibrio e dove ritrovarlo, per poter essere ri-accettati poi nello spazio sociale condiviso. Le donne allora ballavano, ballavano per i loro diritti mancati, per le ingiustizie subite, per la violenza di una vita priva di libertà, ballavano per loro.

Rileggendo “la terra del rimorso” mi sono allora fatta una domanda, cosa succede alle donne che vittime di violenza ad un certo punto affrontano il mostro e decidono di uscirne? io lo so bene, queste donne vivono il “dissolvimento dell’io” come ci dice Piero Coppo in alcuni sui testi, vivono quella condizione di alienazione di fronte al trauma che fa perdere loro l’equilibrio.

Il maltrattante,un uomo violento, non smette di esserlo dopo una denuncia o dopo che si è deciso di lasciarlo, ti fa vivere in uno stato di paura costante per la propria vita. Molte conoscono il dramma di doversi nascondere rinunciando a tutto quello che hanno costruito, che siano relazioni sociali, una casa, i proprio punti fermi, anche solo la propria routine. Si perde la propria IDENTITA’, si rimane smarriti tra passato e presente anestetizzatati dalla paura e la voglia di ricominciare.

La potenza del negativo, che porta all’alienazione e allo smarrimento per le donne del Salento veniva ritualizzata, trovava una risposta bellissima nella danza, danzare non è la soluzione alla violenza di ieri e di oggi, lunghe battaglie hanno combattuto per noi quelle donne così forti, ma credo fermamente che anche per noi ci sia la necessità di una ritualizzazione che ci permetta di trovare un punto di equilibrio nel dopo.

Una “danza” che ci permetta di “rinascere”, di ricollocarci con forza e determinazione in un dopo in cui L’IO è di chi è sopravvissuta non di chi sta ancora sopravvivendo. Non possiamo e non dobbiamo essere vittime per sempre prima di un uomo poi della società. Perché c’è chi sopravvive in guerra e chi sopravvive in casa.

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